Parole degli uomini

Questa metà della terra
Parole degli uomini del XXI secolo
di Rino della Vecchia

(Ed. AltroSenso, Belluno, 2004)

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Mentre stavo leggendo il libro di Rino Della Vecchia sono apparse sui quotidiani due notizie. Il nuovo premier spagnolo Zapatero dichiara che fra le priorità del suo governo c’è lo sradicamento del “machismo criminale”; il presidente delle Acli propone che venga attribuito il diritto di voto ai minori, che dovrebbe essere esercitato per loro conto dalle madri. In nessuno dei due casi sono state registrate proteste o almeno prese di posizioni dubbiose.

Oggi si può definire criminale una parte del genere maschile o proporre di azzerare il senso e la funzione della paternità senza che venga colto il valore simbolico degli eventi, che è lo stesso nonostante la diversità delle situazioni ed a prescindere dal giudizio specifico su di esse. Basterebbe questo a dar conto e giustificare l’uscita del libro, che arriva diretto come un pugno nello stomaco.
E’ un libro a tinte forti e nitide quello di Rino, una voluta e riuscita “provocazione” nell’era soft del “politicamente corretto”, che peraltro è soft solo quando non parla di maschilità, nel qual caso ogni prudenza è bandita, come i due esempi riportati dimostrano. A me ha evocato, fin dalle prime pagine, due immagini pittoriche: la Cappella Sistina restaurata, dove figure e colori si stagliano finalmente potenti e nitidi in contrasto colla patina che le ricopriva prima, e L’ Urlo, il capolavoro di Munch, che esprime nel volto l’angoscia ed il dolore per la perdita di Senso. Perdita di Senso, azzeramento del valore di sé , a cui sembrano condannati i maschi dell’Occidente.

Il libro

L’assunto di partenza è che esistono due diverse dimensioni in cui si esplica l’attività umana. Noosfera, sede delle regole, delle leggi e dei principi, dei doveri e dei diritti, del potere politico e militare, del Logos, del Vero e del Falso. Uno spazio da sempre dominato dai maschi , confacente alle loro caratteristiche psichiche. Ed esiste Etosfera, il luogo del buono e del cattivo, del bello e del brutto, del bene e del male. Uno spazio in cui “non si ragione, non si conosce, si sente” .
Qui non vale il principio di verità o di logica, ma solo quello di utilità. E’ vero ciò che è sentito come utile, è falso tutto il resto, e vi possono coesistere concetti ed elementi del tutto contraddittori, che però non solo non sono percepiti come tali, ma sono anzi utilizzati insieme se utili alla causa per la quale ci si batte. In quanto regno del sentire Etosfera è il luogo per eccellenza del femminile, ed è questo il terreno su cui il femminismo combatte la sua guerra. Terreno favorevole perché non vi sono regole da rispettare, ma soprattutto perché , in quanto capace di definire le tavole dei valori, riesce a orientare in modo invisibile la dimensione della Noosfera, a dirigerla dall’esterno.
La condizione che ha reso possibile, scrive l’autore, la guerra fra i sessi nei termini attuali, è la rottura dell’equilibrio fra i bisogni reciproci intorno a cui, da sempre e fino alla rivoluzione postindustriale, si era orientato il rapporto fra uomini e donne. Questo equilibrio aveva trovato forme diverse di esprimersi, ma mai era venuto meno. Nelle società preindustriali la divisione sociale del lavoro aveva una chiara base biologica, ma era impossibile quantificare l’apporto degli uni e delle altre all’economia della famiglia. Della Vecchia ricalca fino a qui lo schema di Ivan Illich, secondo il quale il sistema patriarcale era definito da una complementarietà asimmetrica dei generi.
La rivoluzione industriale, con l’inurbamento, finisce col relegare le donne nel ruolo di casalinghe, dipendenti dal reddito maschile ma al tempo stesso protette e garantite., mentre per contro a lui compete l’obbligo di mantenimento. Il matrimonio borghese si fonda sullo scambio fra mantenimento e prestazioni sessuali.
E’ solo nella società postindustriale che l’equilibrio si rompe. La forza fisica non è più elemento fondamentale nel lavoro che diventa sempre più interscambiabile fra uomini e donne. Il fattore rischio, connaturato alla dimensione maschile, tende costantemente a diminuire. Per la prima volta insomma la donna può mantenersi senza il contributo dell’uomo. Ma non solo. Il progresso tecnologico, frutto del lavoro maschile, consente di pensare alla riproduzione umana dapprima senza il contatto fisico fra maschio e femmina, poi, con la clonazione, escludendo il maschile in linea di principio. E se anche queste pratiche sono per ora limitate o solo futuribili, la rottura a livello simbolico è già consumata e lo squilibrio fra femmine e maschi , essendo il loro bisogno della donna rimasto inalterato, definitivamente sanzionato.
Il femminismo, con la sua carica dirompente , può nascere e produrre i suoi effetti solo su questa base. Per condurre la sua guerra per il potere, poiché è impensabile possa avvenire in modo cruento, deve prima di ogni altra cosa paralizzare l’avversario e la sua capacità di reazione, deve cioè screditarlo moralmente e azzerarne il valore., esaltando al contempo la propria “innocenza”. Da qui quella che Della Vecchia definisce la Grande Narrazione Femminista, che altro non è se non una reinterpretazione della storia dell’umanità come storia dell’oppressione maschile sulle donne, applicando ai generi lo schema interpretativo del marxismo. Là le classi subalterne sfruttate, qua il sesso femminile oppresso. Non importa che la GNF, coi suoi dogmi, non regga ad una seria analisi storica, non importa che per accreditare la “verità” della narrazione si usino gli argomenti più contraddittori . Ciò che è positivo per la donna, diventa un difetto nell’uomo e viceversa . Uguaglianza /differenza di genere, natura/cultura, sesso liberato/legato all’amore, competizione/solidarietà, esclusione/rimprovero per l’assenza, conservazione/cambiamento, coraggio/incoscienza, rischio/sicurezza, rudezza/dolcezza, sono solo alcune coppie di concetti incompatibili ma nondimeno usati secondo convenienza, con tanta naturalezza da far venire il sospetto che il tutto accada quasi inconsapevolmente. Ma siamo nel campo di Etosfera ed abbiamo visto che lì vale solo ciò che si sente come utile.
Mirabile è la descrizione di come progressivamente la società moderna si va femminilizzando, da una parte assumendo come normali stili di vita e di pensiero caratteristici del femminile e dall’altra generando negli uomini la sensazione di essere costantemente fuori posto, sbagliati o inutili; dal sequestro di ogni decisione relativa alla paternità, alla insicurezza e la paura connesse ai reati di tipo sessuali. Rispetto a quest’ultimo tema, poi, la descrizione del processo mediante il quale si allarga a dismisura il concetto di reato rendendolo impalpabile, e lo si definisce non più in base ad un fatto preciso, ma alla percezione che di esso ha la donna ed al suo gradimento, riecheggia con chiarezza, mi sembra, uno dei temi più cari a Foucault, secondo il quale la modernità non ha interesse tanto a sanzionare un atto, ma a governare, controllare, amministrare i comportamenti.
Più volte, nel corso della lettura, mi sono chiesto, come fa anche l’autore, se non esistano nel libro forzature da ricollocare in una dimensione meno esasperata. La mia risposta è si, alcune forzature ci sono e lo sguardo non sempre è sufficientemente distaccato, ma che questo serve a cogliere più nitidamente la portata del problema. Come ogni processo storico, quello descritto da Della Vecchia non è istantaneo e le novità emergenti sono sempre accompagnate da residui del vecchio che tardano a scomparire del tutto e che non solo possono facilmente trarre in inganno l’osservatore non attento, ma servono anche a dissimulare la nuova realtà.
Un’altra domanda che viene da porsi è che sembra strano che questi temi vengano sollecitati proprio oggi, quando il femminismo estremista segna il passo, quando anche alcune icone della lotta per la “liberazione” delle donne sembrano riconsiderare le loro tesi. Il fatto è però, ci dice l’autore, che il male-bashing così a lungo teorizzato ha ormai impregnato di sé tutta la vita sociale, tanto da essere diventato una norma non scritta ma praticata correntemente anche da coloro, maschipentiti o femmine che siano, che delle teorizzazioni femministe poco o nulla conoscono. Quando si è già ottenuto di essere depositarie dei concetti di bene e di male, loro unica misura e parametro, insistere colla parola d’ordine “You must be pushed, pushed, pushed”, può diventare controproducente. Difficile dargli torto, anche se volendo essere ottimisti quei ripensamenti possono avere una diversa chiave di lettura, ossia la sensazione ancora largamente inconsapevole ma pur presente, che l’azzeramento del valore di sé del genere maschile e la simmetrica esaltazione di quello femminile consista in una vittoria del tutto effimera, che se soddisfa una “naturale” e primigenia pulsione al dominio, lascia tuttavia un fondo di inquietudine. Inevitabile, se si sposa il filone di pensiero secondo cui l’emergere della coscienza e l’autonominazzione dell’individuo dal dominio dell’inconscio è opera prettamente maschile, sul piano simbolico ma non solo, sia nella millenaria storia dell’umanità sia nello sviluppo del singolo soggetto. La coscienza maschile insomma, che opera nella noosfera, ha la prerogativa e la funzione di essere liberatrice anche del femminile dall’abbraccio soffocante dell’Uroboro materno. Se accettiamo come vera questa tesi, il conflitto morale ed etico in atto ci appare come la manifestazione in forme attualizzate e concrete della eterna lotta fra coscienza ed inconscio, in cui la vittoria dell’eroe maschile liberatore (anche del femminile) non è mai data una volta per tutte; è anzi soggetta a continui pericoli di regressione. Scrive Erich Neumann a proposito della modernità: I demoni e gli archetipi riacquistano la loro autonomia, la psiche individuale si fonde di nuovo con la Grande Madre terribile e con essa perdono ogni validità l’esperienza individuale della voce e la responsabilità del singolo di fronte all’uomo e a Dio. . . . .Il tracollo della coscienza e del suo orientamento verso il canone culturale travolge anche l’azione della coscienza morale, del super-io, nonché la maschilità della coscienza. Compare allora una femminilizzazione sotto forma di un allagamento da parte del lato inconscio . . . .” Mi sembra una descrizione che si attaglia perfettamente a quanto sta accadendo e che da bene conto anche dell’uso strumentale benché inconsapevole che il femminismo fa delle tesi più contraddittorie. Siamo insomma in pieno campo dell’Etosfera, laddove l’oggettività coscenziale non ha casa né rifugio. Il bisogno di maschilità (quello maschile rispetto alle donne non è mai cessato, è anzi sconfinato nella dipendenza emotiva), sarebbe dunque profondamente radicato nella natura stessa del femminile nonostante il grido arrogante “Siete inutili, siete inutili”, e l’epoca che viviamo una contingenza storica regressiva che, se ha cambiato radicalmente il contesto in cui questo bisogno si estrinseca, non ne ha azzerato l’essenza, che è quindi da riscoprire nelle forme possibili.
Rimangono aperte due questioni, nel lavoro di Della Vecchia, di cui vorrei brevemente discutere. La prima è il perché sia potuto avvenire questo tracollo del maschile di fronte all’offensiva femminista. L’autore passa in rassegna varie possibilità: dalla pulsione al corteggiamento, dalla contraddizione paralizzante fra pulsione verso il femminile e necessità di distacco, alla “distrazione” indotta dalla necessità di lavoro e di sesso, fino alla colpa e la vergogna, su cui si sofferma in particolare. Ora non c’è dubbio che questi sentimenti abbiano avuto una parte importante, c’è però da chiedersi perché gli uomini siano così soggetti ad esserne colpiti. Soggiacere al sentimento di colpa e di vergogna è indice di una debolezza strutturale, come se la coscienza maschile non fosse in grado di contrastare la potenza del femminile primigenio. E se così fosse, colpa e vergogna sarebbero effetti di un’altra e diversa contingenza e non le cause.
L’altra questione è la “mission” che Rino assegna alla rinascita della maschilità, che mi sembra essere un po’ troppo autoreferenziale, e quindi limitativa. Gli uomini, ci dice, dovranno combattere in nome solamente di sé stessi, sganciati da ogni altro fine che non sia la propria autorealizzazione.
Se
poi da tutto ciò scaturiranno benefici e vantaggi per il mondo, o almeno per la sua parte occidentale, sotto forma di riequilibrio di forze e di poteri, tanto meglio per tutti, ma non questo sarà il loro scopo. Mi pare che quel “se” dubitativo contraddica l’essenza della maschilità, che più volte lo stesso Della Vecchia colloca nell’ambito dello spirito, della coscienza, della ricerca incessante del discrimine fra Bene e Male oggettivamente, per quanto possibile, definiti, e del dono di sé. Una “mission” insomma che si presenta con caratteri universali, in grado di farsi carico davvero della responsabilità del mondo e quindi anche del posto che i generi maschile e femminile in esso occupano. Non c’è dubbio che questa metà della terra debba ripartire da sé stessa, dal ridefinirsi in autonomia e indipendenza emotiva (su questo punto il mio accordo è totale), ma credo anche che gli uomini, per profondere in questo compito le loro energie migliori, abbiano la necessità psichica di essere intimamente convinti che lavorando per sé stessi irradieranno beneficamente anche altri. . Non è un caso, né un fatto soltanto di forza fisica, che in tutte le evenienza in cui c’è da rischiare sé stessi per gli altri, i maschi siano in prima fila, anzi siano da soli.
In ogni caso, quali che saranno gli sviluppi e gli esiti futuri, condizione necessaria della rinascenza maschile è che gli uomini sappiano costruirsi un autonomo sistema di senso, diverso e separato da quello imposto dal femminismo, fondato sulle polarità maschili della creazione, del dono, della coscienza, della responsabilità, della capacità di rinuncia, della frugalità e dello Spirito. Un programma di altissimo valore e impegno. Un lettore disattento o prevenuto potrebbe pensare che si tratti della solita ricetta , facilmente additabile come “revanscista”. Non è così, come Della Vecchia ci spiega nelle ultime pagine ma fa intravedere fin dall’inizio, in una nota (n. 11 pag. 397) per certi versi sorprendente. Parlando del Movimento Uomini Casalinghi di Milano, scrive fra l’altro “Quella del maschio casalingo è certo una scelta anticonformista (da studiare con attenzione) motivata però subito con l’adozione integrale dell’ideologia femminista” . La mia memoria è tornata immediatamente all’intervento che Rino fece durante l’incontro del 2001 dei Maschiselvatici , dal titolo “Ritorno a casa” ed il cui testo è andato purtroppo perduto. E’ del tutto evidente che non si tratta di mettersi a fare le”donne” del XXI secolo, né quei mammi che tanti auspicano. Si tratta al contrario di metafore a signficare l’esigenza dei maschi di ritrovare senso e valore della loro esperienza esistenziale al di fuori di schemi che, negli ultimi secoli ma più intensamente nell’ultimo cinquantennio, hanno soffocato, deviato, distorto quelle qualitas prima elencate. L’esatto contrario dunque di ciò che predica il femminismo. Ciò che ci propone è, prendendo a prestito la terminologia di Foucault, una sorta di archeologia della memoria maschile, individuale e collettiva, che serva a riscoprire tutti gli episodi e gli eventi in cui gli uomini hanno provato e sentito quella “strana” inquietudine cui non hanno dato peso. Che hanno preferito ricacciare indietro alzando le spalle o con un sorriso “autoironico” troppo simile ad una smorfia; troppo difficile era confessare di sentirsi offesi, a causa un falso orgoglio che maschera una reale debolezza emotiva verso coloro che hanno eletto a custodi della propria anima. Riacquistare la capacità di offendersi diventa così il primo passo per riconquistare consapevolezza del proprio valore, a sua volta condizione per una futura, possibile e auspicabile, Nuova Alleanza fra i generi.

Armando Ermini