Selvatici, saremo salvi (di Claudio Risé) | Maschi Selvatici

Selvatici, saremo salvi (di Claudio Risé)

L'Uomo Selvatico

Il Selvatico é colui che si salva, diceva Leonardo da Vinci. Con l'uomo della selva Ernst Junger entrò in relazione relativamente tardi nella sua vita, quando appunto si aprì anche per lui la questione della salvezza. Non certo quella personale, della vita, o dell'anima: questioni cui fu indifferente, giacché il suo sentire fu sempre transpersonale, centrato non sull'Ego ma sul Sé. (Le questioni dell'Io non lo interessavano, per questo Ralph Dahrendorf, che ama teneramente il proprio Io, lo accusò di "mostruosa insensibilità.") Si trattava piuttosto di ritrovare una prospettiva di salvezza (nel senso di "vitale") quando ormai i primi attori dell'opera di Junger: l'Operaio, e la sua controfigura sacrificale del Milite Ignoto, dopo aver spadroneggiato per mezzo secolo  avevano lasciato dietro di sé macerie, rovine, morte, ma soprattutto schiavitù. Una schiavitù che si andava facendo più pervasiva, implacabile (Junger lo capì subito) dopo la fine della seconda guerra mondiale, che del resto non era affatto finita. Certo l'epica bellicosa era esaurita, ma non il processo che aveva portato alle guerre mondiali, ed in esse si era amplificato fino ad esiti apocalittici: quel continuo, incessante espandersi dell'apparato industriale e tecnologico, che continuava (anche attraverso guerre minori) a stendere il reticolato d'acciaio dell'Operaio sulla terra, sulle sue antiche culture, distruggendole una dopo l'altra. In quel momento si apre per Junger una diversa visione. Quella, appunto, del Salvadego, della via al bosco, che salva. Quella che infatti si apre, come mostra Holderlin  (nel suo trattato Das Werden im Vergehen), quando la "patria tramonta" ed allora "dalla stirpe che resta, e dalle forze della natura, che sono l'altro principio reale, si formi un mondo nuovo". Le forze della natura, Junger le aveva già intraviste, e amate, nel loro avanzare dopo le battaglie di fuoco promosse dall'universo meccanico e tecnico dell'Operaio. Aveva allora notato che " La guerra crea anche un'altra natura, più selvatica. Le maglie della rete delle  trincee sono piene di erbe alte, perché i campi aperti si coprono di una vegetazione nuova, e completamente diversa. Le piante selvagge, che per solito crescono isolate tra i cereali, hanno vinto... questo deserto è un soggiorno apprezzato dagli uccelli, come le pernici, di cui si sente spesso lo strano richiamo nella notte." Questo irrompere del mondo selvatico sui campi aperti della guerra annuncia l'"altra parte" verso la quale sarà vitale andare quando appunto il delirio manifatturiero dell' Operaio avrà distrutto tutto, a cominciare dalla libertà. Quell'al di là, che é poi la selva, il bosco, che riapre la dimensione dell'immaginario, del sogno, quindi della vita, anche se appena pre/sentita. "L'altra sponda é avvolta in una densa nebbia, e soltanto a tratti dall'oscurità giungono luci e suoni.  " (Irradiazioni. Diario 41-45 ). Ma giungono. L'"altra sponda" istituisce un passaggio. Come in Holderlin (nell'Inno Andenken) "Su lente passerelle/Spirano brezze cullanti/ Grevi di sogni dorati". La nuova visione, per Junger allora, ma soprattutto per noi oggi, é quella di passare, sulle "lente passerelle", al di là degli automatismi e delle rigidezze dell'Operaio, e ritrovare la Wildnis, quella selvatichezza, che la coazione alla manifattura, alla fabbricazione (ormai é chiaro: era artificio e non opus alchemico), non ha ancora completamente ucciso, fuori di noi, e soprattutto dentro di noi. Per fortuna ogni bimbo, malgrado il politically correct e le "buone maniere" , basta che chiuda gli occhi e sente (come descrive perfettamente  Rilke nelle Duinesi) "l'oscura compagnia..le liane striscianti..in strozzante rigoglio, in forme dallo slancio ferino...l'originaria foresta." Che é orrida, ma gli sorride :"di rado hai sorriso così teneramente tu, mamma." Anche tu, mamma società, mamma Operaio che nel frattempo sei diventato l'azienda, il Megastore, e spari ancora, continui a distruggere, anche se più subdolamente, da scaffali stracolmi di prodotti, da manifesti sorridenti maternamente. E allora si passa al bosco.    Come del resto, si é sempre dovuto fare. Come Parsifal, quando lascia la madre, ma lascia poi anche Artù, con la sua Ginevra, compìta, ma falsa. Come persino Gesù bambino, quando non ne può più neppure lui, e ricorre al Selvatico pagano, il Cristoforo, per farsi portare al di là del fiume. Perché solo il Selvatico porta al di là, e quindi salva. Ma "di là" dove? Come passare alla "Selva", e diventare "selvatici ", se di foreste non ce ne sono più, o quasi? E' dunque solo una visione consolatoria, quella del "ribelle" di Junger? O un tardivo pentimento per aver prima amato il "milite del lavoro"? Oppure una selva solo interiore, come quella che si spalanca davanti al bimbo di Rilke? Non direi. Un altro, più giovane amante della Wildnis-selvatichezza, l'antropologo Hans Peter Duerr (protagonista di una spettacolare disputa col cantore della "civiltà delle buone maniere" il sociologo Norbert Elias), raccontò come la Wildnis e il bosco lui li trovò bambino, giocando tra le  sterpaglie alte che crescevano tra le macerie di Dresda. Il bosco é il primordiale che irrompe, il non convenzionale, la natura viva e "scorretta". Anche i deserti metropolitani sono pieni di selve risuonanti, purché noi ci si entri come sulle "lente passerelle/grevi di sogni dorati", e non come in un niente. O in un tutto di prodotti, che é poi la stessa cosa. Allora l'orrido della selva ci sorriderà. E noi lo ameremo. E saremo salvi. Perfettamente selvatici. 


Claudio Risé (www.claudio-rise.it), da Area, aprile 1998