Il campo di marzo: un'esperienza maschile (di Paolo Ferliga) | Maschi Selvatici

Il campo di marzo: un'esperienza maschile (di Paolo Ferliga)

Iniziative
Il campo di marzo: un'esperienza maschile (di Paolo Ferliga)

 

Venerdì sera in pizzeria, il primo incontro. Al nucleo di Brescia si aggiungono uomini venuti da Roma, dal Piemonte e dalla Toscana. A tavola incominciamo a conoscerci. Dopo cena ci inoltriamo nel buio, verso il fiume Sarca, cercando un prato al riparo dalla luce della strada e del paese, per poter vedere le stelle. Vediamo facilmente il Grande carro e qualcuno ci guida alla scoperta della Stella polare. Poi i saluti, l’augurio reciproco di buona notte, in attesa del ritrovo del giorno dopo.

   Sabato andiamo a cercare la neve, in questo scampolo d’inverno soleggiato e troppo asciutto. Insieme affrontiamo un dislivello di 800 metri, calzando a metà strada le ciaspole, indispensabili per proseguire nel bosco innevato. Strumento nuovo per alcuni, calzate con baldanza dai più giovani, riserveranno invece sorprese a uno dei più vecchi. Partiti da Sant’Antonio di Mavignola verso le 9,30 saliamo senza difficoltà lungo un tratturo sterrato che arriva fino a Malga Milegna. Di fronte a noi lo splendido spettacolo del ghiacciaio di Lares, sullo sfondo il Carè Alto e il Corno di Cavento e dall’altra parte la meraviglia delle Dolomiti che si stagliano in un cielo sereno, con qualche lieve venatura di grigio. Giunti alla Malga Ritorto, dopo un caffè veloce, calziamo le ciaspole, perché nel pianoro soprastante con i soli scarponi si sprofonda. Poi via a passo veloce, forse un po’ troppo, ci  inerpichiamo su per il bosco. A mezza via però una sorpresa: il sentiero che taglia sulla sinistra non è segnato e dobbiamo salire per la direttissima, molto ripida e scivolosa. Con qualche difficoltà e un po’ di fatica finalmente arriviamo al lago, coperto da un leggero manto di neve che lascia scoperta sui bordi, la luce del ghiaccio. Lo spettacolo naturale, la neve e il silenzio commuovono. Solo due alpinisti dopo di noi, e poi nessuno.

Dopo un pranzo a base di panini imbottiti, il gruppo si divide: il “vecchio capo” con un piccolo gruppo si avvia alla funivia per scendere in sicurezza, mentre gli altri intraprendono la direttissima in discesa. Arriveranno a Pinzolo verso le ore 17.

   Alle 17,30 inizia l’incontro con Claudio Risé che ci ha raggiunto a Massimeno. Claudio ci parla di Parsifal, della ricerca personale che implica vivere la distanza senza chiedere all’altro di rispecchiare la propria immagine. Parsifal si muove su un piano transpersonale, è un uomo puro e folle nello stesso tempo. L’introduzione di Risé si addentra nella complessa simbologia del racconto, aiutandoci a meglio comprendere alcune immagini che risultano particolarmente oscure. Tra i diversi temi, il rapporto di Parsifal con la vita e con la morte, ci permette di comprendere meglio una differenza profonda tra genere maschile e femminile: la donna, che può tenere dentro di sé il bambino, è chiamata a custodire la vita, mentre l’uomo, che non vive questa esperienza, è più disponibile alla morte, propria e dell’altro. Anche per questa ragione le guerre sono state e sono ancora, in gran parte, un appannaggio dei maschi. Questo aspetto oscuro (seguendo Jung potremmo dire di ombra) della psiche maschile, spiega anche una certa auto-distruttività che caratterizza l’esperienza degli uomini. Amico di Parsifal, meno distante e più simpatico, Galvano rappresenta l’uomo che serve la donna, la bella Orgeleuse. Pur di conquistare il suo amore è disposto a fare tutto ciò che ella gli chiede. In questo modo il maschile si mette al servizio del principio femminile e partecipa in questo modo alla salvaguardia della vita. La prova d’amore e l’incontro di Parsifal con Condwiramurs e l’amore di Galvano per la donna Orgogliosa indicano ai maschi la via iniziatica dell’incontro con l’Anima, quell’aspetto del femminile che vive dentro il cuore di ogni maschio che abbia riconosciuto il valore della propria identità maschile. 

   L’incontro con Risé non ci consente solo una migliore comprensione della storia di Parsifal, ma diviene anche occasione per uno scambio di esperienze di vita diverse, che emergono da numerosi interventi. Tra di noi ci sono anche uomini che avevano partecipato all’esperienza dei Maschi selvatici e Risé ci chiede di raccogliere anche l’eredità di quell’esperienza, di recuperare nel nostro cammino quel pezzo di strada che altri uomini hanno già fatto. Anche di questo parleremo nel nostro prossimo incontro a Brescia.

   La sera si cena alla Trisa, tipica trattoria di montagna, in un ambiente confortevole con cibo genuino innaffiato da abbondante Teroldego.

  La mattina di domenica, dopo il saluto a Risé inizia la nostra passeggiata nel bosco. 

   All’inizio costeggiamo in silenzio un ruscello. Ci lasciamo penetrare dal suono di una piccola cascata e dallo scorrere dell’acqua. Il nostro senso dell’udito si attiva e ci mette in contatto diretto con la natura. In mezzo al bosco, ci fermiamo a parlare, brevemente, di un tema forte uscito la sera prima: l’importanza di ascoltare e interrogare l’inconscio per arrivare a una personalità più sicura e completa. I più giovani ascoltano e interrogano i più vecchi, che raccontano le loro esperienze personali. 

   Poi via, avanti fino a raggiungere un bosco di faggi maestosi, che svettano nel cielo. La faggeta è come una comunità: quando i faggi cominciano a scarseggiare, i superstiti si accordano tra di loro e producono, tutti insieme, grazie all’impollinazione favorita dal vento, numerosissimi frutti (acheni) da cui nasceranno nuovi faggi. Così la comunità resta viva. Ciascuno di noi sceglie un faggio, lo guarda e tocca con attenzione, lo abbraccia per sentire anche attraverso il corpo l’energia che promana dalla natura, dal bosco e dagli alberi. Qualcuno alzando gli occhi per vedere dove vanno a finire le fronde, prova un senso di vertigine, altri sentono un spinta verso l’alto, verso la dimensione spirituale della vita, qualcuno prova un senso di positiva umiltà.

   Dopo la faggeta ci aspetta un prato al centro del quale si erge una pietra di forma fallica, quasi un menhir. Ci mettiamo in cerchio attorno alla pietra e ci guardiamo l’un l’altro. Avvertiamo di essere un gruppo che condivide una ricerca sulla bellezza del maschile. A coppie poi, ci guardiamo negli occhi, per qualche minuto, in silenzio. Ciascuno vive questa esperienza in modo diverso. Gli uomini che si ritrovano a Brescia sono ormai abituati, ma anche gli altri sentono la forza di questo scambio. Alla fine ci sorridiamo.

  Scendiamo fuori dal sentiero lungo un pendio scavato dall’acqua delle piogge. Raccogliamo la legna secca che si trova per terra. Ciascuno di noi fa una fascina che porta alla casa dove faremo il fuoco.

  Finalmente si prepara il pranzo: qualcuno accende il fuoco, cucina le salamine e fa abbrustolire il formaggio, cuoce le uova, stappa il vino, rigoverna la cucina...poi tutti insieme attorno al grande tavolo mangiamo, chiacchieriamo, ridiamo. Si chiude così nella gioia l’incontro di Campo di marzo. Nel salutarsi sembra che tutti si augurino di ritrovarsi…chissà forse in un altro incontro di Campo maschile.




Progetto di ricerca-azione sull’identità maschile

paoloferliga@gmail.com

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