"I sogni di mio padre" (a cura di Monica Blondi) | Maschi Selvatici

"I sogni di mio padre" (a cura di Monica Blondi)

Essere padri

Barack Obama, I sogni di mio padre, Nutrimenti, 2007, 460 pp.


Mio padre è sempre stato un mito per me, ancora più che un uomo, anche dopo la sua morte”. L’autobiografia dell’attuale presidente degli Stati Uniti è un esempio di come la figura del padre possa ispirarci nel nostro cammino anche quando del genitore abbiamo solo un vago ricordo per averlo visto una sola volta nella vita. Ma è anche “il racconto di un viaggio personale e interiore: un ragazzo che cerca suo padre e che attraverso questa ricerca vuole trovare il significato della sua esistenza di nero americano”.


La ricerca dell’identità è spesso un percorso difficile e doloroso, e lo è ancora di più per chi si trova a dover conciliare in sé due mondi, due culture, due razze. I genitori di Barack Obama, nato a Honolulu nel 1961, si erano conosciuti alle Hawaii, ad un corso di russo, e si erano sposati nel 1959. La madre era originaria del Kansas mentre il padre, Barack Obama Sr., era un keniota della tribù dei Luo. Nato in un villaggio povero dove conduceva le pecore al pascolo, si era distinto negli studi fino a vincere una borsa che lo avrebbe portato a frequentare una università americana. Giunto sull’isola nel 1953 come primo studente africano, si era laureato in economia, diventando anche presidente della International Students Association. Nel 1963, quando Barack ha due anni, il padre lascia la famiglia per seguire un corso di dottorato ad Harvard. Dopo di che si separa dalla moglie e ritorna in Kenia dove formerà un’altra famiglia. 


Obama ha solo nove anni quando la sua vita viene sconvolta. Sulla rivista Life, trovata in biblioteca, legge la storia di un nero che si era schiarito la pelle sottoponendosi ad un trattamento chimico. Un articolo che lui definisce “un’imboscata” e che vive come una violenza: “Del fatto che mio padre non somigliasse per niente alle persone intorno a me, che lui fosse nero come la pece e mia madre bianca come il latte, non riuscivo proprio a rendermene conto”. (p. 30). Rivedrà il padre l’anno dopo, durante le vacanze di Natale del 1971, quando l’uomo rimane ad Honolulu un mese. Di quel periodo conserva alcune immagini, come istantanee illuminate da dei flash: “una figura alta e scura che camminava zoppicando leggermente, la sua testa reclinata all’indietro mentre ride a una barzelletta del nonno, il modo in cui socchiudeva gli occhi o si accarezzava la spalla mentre leggeva.” E poi ricordi “sensoriali”: la stretta sulla spalla mentre gli presenta un vecchio amico, la sua risata profonda e sicura. La presenza del padre qui viene evocata soprattutto per i suoi effetti sul resto della famiglia: il nonno diviene più pensieroso, sua madre più timida e la nonna partecipa infervorata alle discussioni di politica. C’è poi l’orgoglio provato quando il padre tiene un discorso di fronte ai suoi compagni di classe: “Quel suo strano potere mi affascinava e per la prima volta cominciai a pensare a mio padre come a qualcosa di reale e immediato, addirittura di duraturo”. (p. 87) <!--break-->


Il padre lontano – a cui lo lega solo un rapporto epistolare –, a quindici anni Barack riesce a trovare una sua identità grazie al mondo dei pari, i ragazzi neri che giocavano a basket con lui, “ragazzini pieni di rabbia e di confusione che mi avrebbero aiutato a crescere”. Con loro vive come in una tribù, spostandosi in branco, nel tentativo di far fronte al senso di smarrimento: “Dov’erano i padri, gli zii e i nonni che potevano aiutarci a spiegare questa ferita nei nostri cuori? Dov’erano i guaritori che potevano aiutarci a guarire dalla sconfitta? Se n’erano andati, svaniti, ingoiati dal tempo. Di loro rimaneva solo un’immagine nebulosa e una lettera all’anno piena di consigli da quattro soldi…” (p. 138) La corrispondenza con il padre si interrompe (“ero stanco di provare a districare una matassa che non avevo creato io”). In quello stesso periodo fa delle esperienze con le droghe e l’alcool (“volevo qualcosa che riuscisse ad allontanare dalla mia mente la domanda su chi fossi davvero”).


Si trasferisce a New York − le Hawaii rappresentavano l’infanzia e non poteva considerare l’Africa la sua terra – in cerca di una comunità, un luogo dove stabilirsi e mettere alla prova il suo impegno. Emergono sempre più persistenti le paure e le angosce di non appartenere veramente né al mondo dei bianchi né a quello dei neri. Si iscrive alla Columbia University dove si laurea in economia. Il suo impegno civile inizia proprio qui con l’organizzazione di una conferenza dell’African National Congress. Per il discorso d’apertura si ispira a quello che suo padre tenne di fronte alla sua classe anni prima, e che lo aveva riempito di orgoglio. Ripensa al “potere di trasformazione delle parole” che suo padre possedeva, riuscendo così a trovare le parole giuste per sensibilizzare l’uditorio sulla questione razziale del Sudafrica, conscio che con le parole giuste tutto avrebbe potuto cambiare, perfino “la sua posizione precaria nel mondo”.


Nel 1982, a ventun’anni, apprende della morte del padre in un incidente stradale. La notizia gli lascia la sensazione di aver perduto un’opportunità. All’improvviso le poche foto e gli aneddoti di sua madre e dei suoi nonni – da cui aveva appreso che suo padre guidava malissimo, era così onesto da diventare intransigente e che, dotato di fascino e intelligenza, aveva molta fiducia nei propri mezzi – non gli bastano più: “Fu solo quando mi sedetti sulla tomba di mio padre e gli parlai attraverso la terra rossa dell’Africa che riuscii ad aprire gli occhi sul mio passato e a dare il giusto peso a quei racconti”. Ma è quando il padre gli appare in sogno nelle vesti di un uomo appena uscito di prigione che gli sussurra tutto il suo amore che Barack riesce ad esprimere il dolore: “Erano le prime lacrime che versavo per lui e per me, il suo carceriere, il suo giudice, suo figlio. […] Fu allora che mi resi conto per la prima volta che perfino nella sua assenza la sua immagine forte mi aveva dato l’appiglio a cui aggrapparmi per crescere, un’immagine a cui rimanere fedele o deludere.” (p. 149) Inizia così un dialogo interiore con il padre.


Grazie a Auma, la sua sorellastra, apprende aspetti del padre fino ad allora sconosciuti. Impiegato presso il governo keniota, aveva denunciato una situazione di corruzione e per questo messo al bando. Relegato ad un lavoro più umile, si buttò nell’alcool e venne abbandonato da tutti. Questo senso di amarezza lo aveva accompagnato fino alla morte. Barack si sente disorientato da queste rivelazioni. Il padre era stato fino ad allora un’immagine fissa mai messa in discussione, quella dello studente brillante, dell’amico generoso e del capo integerrimo. Avendolo visto una sola volta nella sua vita questa immagine non era mai stata scalfita: “… non avevo provato quello che prima o poi ogni uomo deve affrontare: il padre che invecchia, le sue più grandi speranze deluse, il volto segnato dal dolore e dal rimpianto” (p. 239). Non era riuscito a identificarsi negli altri due uomini presenti nella sua vita, il nonno e Lolo, il secondo marito di sua madre. “Ma nell’immagine di mio padre, il nero, figlio dell’Africa, avevo racchiuso tutte le qualità che cercavo in me stesso. Le qualità di Martin, Malcolm, DuBois e Mandela. […] la voce di mio padre era sempre e comunque rimasta pura, ispiratrice, capace di approvare o disapprovare”. (p. 239)


Prima di iniziare a frequentare legge ad Harvard, come aveva fatto suo padre, Barack si trasferisce in Kenia per un mese. A Nairobi, dove ha modo di conoscere i suoi fratellastri e le loro ambizioni, lo accoglie una sensazione di familiarità. Si reca poi al villaggio di Alego, dove incontra la nonna, alcuni zii e cugini. Qui apprende molte cose sulla figura di suo nonno, Hussein Onyango. Uomo saggio, guaritore ed erborista, aveva lavorato per i bianchi come cuoco e domestico. Inflessibile, esigente e severo, pretendeva che ogni cosa venisse fatta secondo le sue regole. A farne le spese erano i vicini, le sue mogli e i figli, soprattutto Barack, il padre del futuro presidente degli Stati Uniti, che ne cercava invano l’approvazione. Obama immagina suo padre redigere lettere su lettere nella speranza di poter frequentare qualche università americana. Ne percepisce la felicità quando apprende che l’Università delle Hawaii aveva accettato la sua domanda. Per tutta la vita aveva cercato di distinguersi dagli altri, parenti e amici lasciati al villaggio, ma nello stesso tempo ne temeva il giudizio, con la paura di non essere più accettato da loro. Suo figlio riesce a coglierne il senso di fallimento “Ce l’aveva quasi fatta, come suo padre non avrebbe mai neanche potuto sperare. E poi, dopo aver percorso apparentemente così tanta strada, scoprire che in fondo non era riuscito a fuggire! Scoprire che era rimasto intrappolato sull’isola del padre, con i suoi solchi di rabbia, incertezza e fallimento […]” (p.446)


Di fronte alla tomba del padre, una lapide senza nome ricoperta di piastrelle gialle, dopo averne percepito tutta la sofferenza, che poi era quella di tutta una generazione di uomini, Barack si sente crollare: “Oh, Padre, gemetti. Non c’era alcun disonore nella tua confusione, così come non ce n’era in quella di tuo padre prima di te. Nessun disonore nella paura, o nella paura di suo padre prima di lui. Il disonore era solo nel silenzio che quella paura aveva generato, ed era il silenzio che ci tradiva. […] il silenzio uccise la tua fede e, in mancanza di fede, rimanesti aggrappato troppo o troppo poco al tuo passato. Troppo al suo rigore, alla sua diffidenza, alla sua crudeltà maschile”. (p. 447). Finalmente sente di fare parte di una stirpe di uomini accomunati dalle stesse domande, dalla stessa sofferenza: “Capii che la mia vita in America – la vita tra i neri, la vita tra i bianchi, il senso di abbandono che avevo provato da bambino […] – tutto ciò era legato a questo piccolo pezzo di terra al di là dell’oceano, da qualcosa di più grande della casualità di un nome o del colore della pelle. Il dolore che provavo era il dolore di mio padre, le mie domande erano le domande dei miei fratelli, la loro battaglia il mio diritto di nascita”. (p. 447-448)


Monica Blondi